quando si dice paese

E' curioso come nell'occhio del ciclone, in queste ultime settimane ma potrei dire in questi ultimi anni, sia finita la povera città di Arcore, paesotto brianzolo tranquillo e ordinato, da cui passavo adolescente durante delle stupende gite in bicicletta, ma anche meta, negli anni della guerra, di sfollati costretti ad abbandonare la grande città. Fa uno strano effetto sentire il nome fiero e distinto di questo paese associato ad orge e stravizi, festini e situazioni ambigue. Strano, perché la Brianza, quella in cui sono cresciuto e da cui viene buona parte della mia famiglia, è l'esatto opposto di questa versione pecoreccia e volgare: è un territorio con i suoi pregi e difetti, come tutti, ma con un fondo, un carattere per sua natura sobrio, equilibrato, privo di fronzoli e votato alla sostanza. Nonostante il cemento e il generale degrado ambientale a cui è andata incontro un po' tutta Italia, la Brianza ha saputo mantenere in molti suoi aspetti questo tono essenziale, volitivo, a tratti austero, ma capace di bruschi ritorni ad un'umanità struggente e autentica. Ed è per questo che un senso di malinconia mi prende alla gola tutte le volte che, con il fare languido di un poeta alla deriva, magari passo a piedi attraverso luoghi e angoli che ancora racchiudono questa natura originaria, lontana anni luce da donne in svendita, giri di soldi, abiezione e quant'altro. Nelle mie orecchie echeggiano ancora i racconti dei miei nonni, di certi personaggi emblematici, di certe reminiscenze antiche e sane come un soffio di lievito madre; ed è con difficoltà che riesco a guardare alla Brianza di oggi senza pensare che i barbari non sono più quelli con le corna in testa e le asce in mano, ma sono di una specie molto più infima e codarda, che ha fatto dell'ipocrisia e del denaro il proprio unico credo, trasformando quella che era una storia di coraggio e dignità in un lupanare senza scampo. Il contrario di un miracolo, non c'è dubbio.

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