cinematotragica

Uno degli ultimi grandi registi italiani, Marco Bellocchio, rilancia il problema del taglio fondi al cinema italiano, con una formula assai chiara: "A questo governo del cinema non gliene frega niente." E' vero. D'altra parte da Mister B e soci non era lecito aspettarsi niente di diverso. Forse, e dico forse, se le lamentele dovessero influire sugli indici di gradimento perlomeno di un 2%, elargirà una mancia, una tantum, giusto per non apparire insensibile, ma non c'è da attendere altro. Viviamo di un paradosso: un film per avere ragione d'essere deve produrre utili a prescindere, il che, in un'ottica di mercato, è una considerazione più che vera. Ma lo Stato, in quanto espressione della collettività, deve permettere alle opere di qualità di emergere comunque, e di avere una possibilità, anche in perdita. Capisco che agli imprenditori (e di riflesso al governo) non importi niente, ma è proprio in questo che si distingue uno Stato da un'accolita di affaristi. Parlo per gli autori giovani ed emergenti, ovviamente. Per gli autori affermati, per esempio, si potrebbero chiudere i rubinetti. Investire unicamente sui giovani, per favorire, finalmente, un ricambio e scardinare l'oligarchia di registi e sceneggiatori che hanno occupato in pianta stabile ogni spazio. I nomi li sanno tutti. Quei venti personaggi che raccontano da anni la stessa solfa: ecco, per loro basta soldi. E basta film già che ci siamo, se ritengono proprio di dover parlare di famiglia e di supermercati se li producano da sé le loro creazioni. Come ha fatto Werner Herzog, per esempio, e per film come Fitzcarraldo, non menate come Tutta la vita davanti. Più che di mezzi, è un problema di distribuzione e di visibilità, un po' per colpa dei succitati monoliti e un po' per la vigliaccheria delle case di produzione. Se solo ci fosse la volontà e il coraggio di recidere i rami secchi una soluzione si potrebbe anche trovare.

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