gestire l'estinzione


I dati Istat del 2016 segnano un nuovo punto basso delle nascite in Italia. Il dato, ovviamente, è inquietante, e non si tratta solo di un problema di retorica familiare: il problema è che la parte giovane e attiva della popolazione non ha la possibilità materiale di avere figli e creare una famiglia (qualsiasi tipo di famiglia). Il dato è perfettamente coerente con quelli, altrettanto tragici, della distribuzione della ricchezza e della disoccupazione: sono i dati di un paese che sopravvive a se stesso. Erodendo il piccolo patrimonio di nonni e genitori (casa unica di poprietà, pensioni, risparmi di una vita, perché questo è il "patrimonio" dei non privilegiati) e gli ultimi relitti di stato di diritto ancora parzialmente attivi dopo il progressivo smantellamento del concetto di società. Stato sociale, vale la pena di dirlo, largamente convogliato, nella sua forma residuale, verso gli immigrati. 

Esiste una fascia grigia e variamente composta di cui non si occupa più nessuno. Sono i lavoratori stipendiati, gli operai, i giovani e meno giovani che si sono trovati nel mezzo di una crisi economica spaventosa e ormai ultra decennale, le persone massacrate dalle legge Fornero: la vecchia classe media che nel giro di dieci anni si è trovata declassata a neo proletariato, ma senza tutele e senza case popolari, con un potere di acquisto ridotto del trenta percento e contratti lavorativi ai limiti della sopravvivenza. Non c'è nessun mistero nell'ormai cronico declino italiano. Inettitudine della classe dirigente, corruzione e familismo interni, asservimento agli altri stati europei, anche quando l'Italia aveva un'economia di gran lunga superione alla Gran Bretagna e paragonabile alla Francia. Gli errori storici si pagano. Il punto ora è salvare quello che resta di questo paese. Farlo non tanto per noi, perché ormai c'è poco da fare, ma per chi verrà. Perché nonostante tutto l'Italia rappresenta ancora un argine alla barbarie. La cultura millenaria, i valori morali, la conoscenza. 

Non è retorica: è il senso del cammino della civiltà occidentale che qui, per tante ragioni storiche più qualcosa di imponderabile, ha trovato la sua collocazione privilegiata. Contro la falsa cultura dell'opportunismo e della tecnica sganciata da qualsiasi contenuto etico e umano. Il destino culturale e filosofico dell'Occidente si gioca soprattutto dove esiste la testimonianza dell'identità europea: molto più in una tela di Caravaggio o nell'opera di un artigiano esperto che non nello strapagato design al truciolo di qualche azienda nordica. L'Italia incarna ora come non mai questa diga: è tutto qui quello che può restituire dignità alle persone e rendere il futuro più ricco e meno banale. Più carico di significato e meno dipendente dai soliti soldi. Un'utopia che rappresenta l'unico, vero obiettivo ancora alla portata di questo paese sfibrato: una sfida simbolica giocata sul terreno che è ci è più congeniale. Senza copiare malamente gli altri, per una volta.

la negazione della libertà nella società del privilegio crescente



Questi dieci anni di crisi hanno determinato un fatto, come documentato dal rapporto Oxfam: un ulteriore spostamento delle risorse economiche verso chi già deteneva un tenore di vita superiore alla media. Un dato che non è solo tecnico, ma politico. Lo squilibrio tra chi ha e chi non ha, con l'arricchimento dei primi e l'estinzione della classe media, configura uno scenario in cui i rapporti di forza sono completamente cambiati: se negli anni Sessanta un grande manager percepiva in media cinque, sei volte un operaio, oggi il banco è saltato, e la differenza appartiene ormai al dominio dell'incalcolabile.
Come si arriva a questo? La grande massa economica sulla quale non si vuole incidere è di carattere sostanzialmente ereditario: nella società liquida c'è ancora un elemento di grande solidità: l'ereditarietà delle risorse economiche. I beni, le professioni, le così dette “opportunità” sono un ente che passa, in un numero sorprendente di casi, di padre in figlio. Parliamo di lobbies, circoli chiusi, gruppi di potere. It's given potremmo dire. E' la vita, è sempre stato così.
Curioso come vada di moda parlare di diritti ma sia scomparso dal dibattito pubblico il grande scandalo dell'ineguaglianza crescente. Nascere a pochi metri di distanza (prendiamo un quartiere bene di Milano con un quartiere male della stessa città, come esempio comodo) determina in modo ineluttabile (e sempre più ineluttabile) il percorso della vita intera: ambiente culturale, scuole di prestigio o no, attività extracurriculari, sport praticati, possibilità di accedere a università migliori. Non è tollerabile il maltrattamento di un animale (giustamente) ma lo è la deprivazione di occasioni sociali di un essere umano. Sulla base di un solo dato: i soldi.
Il crollo del welfare comporta anche questi inconvenienti. E non stiamo parlando di un rabberciato marxismo fuori tempo massimo, ma del suo esatto contrario: di un'applicazione cosciente ed equa dello stato di diritto laddove fattori indipendenti dalla volontà del singolo determinino situazioni di evidente diseguaglianza.
Scrive Isaiah Berlin, nell'introduzione al capitale Cinque saggi sulla libertà:

Il senso in cui io uso il termine libertà non comporta soltanto l'assenza di frustrazione (che si può ottenere sopprimendo i desideri), ma l'assenza di ostacoli alle scelte e alle attività possibili, l'assenza di ostacoli lungo le strade che una persona può decidere di percorrere.

Per fare un esempio concreto: io considero desiderabile l'introduzione di un sistema uniforme di istruzione generale primaria e secondaria in ogni paese, se non altro per farla finita con le distinzioni di status sociale che attualmente sono create o promosse dall'esistenza di una gerarchia sociale delle scuole in alcuni paesi occidentali, e in particolare nel mio. Se mi si domandasse perché la penso così dovrei addurre quel tipo di ragioni di cui parla Spitz, per esempio le esigenze intrinseche dell'eguaglianza sociale: i danni che derivano dalle differenze di status create da un sistema di istruzione determinato più dalle risorse economiche o dalla posizione sociale dei genitori che non dalle capacità e dai bisogni dei figli; l'ideale di solidarietà sociale; la necessità di garantire al maggiori numero possibile di ragazzi la possibilità di una libera scelta, possibilità che l'eguaglianza di istruzione, probabilmente, rende più agevole.

Isaiah Berlin: un liberale.

La negazione di questa libertà, riprendendo il Kant della Critica della ragion pratica, mina alla base la possibilità di un'etica. Senza libertà di scelta vera non esiste società morale. Se l'era della tecnocrazia è incapace di formulare valutazioni di merito che non contemplino la presenza di una quantità oggettiva e misurabile, forse si dovrebbe tenere presente un fatto: l'oligarchia economica eletta a sistema porta all'estinzione, come in natura. Combinare in continuazione gli stessi elementi genetici porta a disfunzioni; su scala sociale, ad un istupidimento progressivo della classe dominante (in quanto fondata in larga parte sul censo e sull'ereditarietà delle risorse) e all'annientamento di tutto ciò che è via via più subordinato in termini economici. E' un massacro sociale portato avanti scientemente dalla classe economica attuale: è una società del privilegio ereditario. Un fatto sempre più evidente nella differente qualità di scuole e università e nella relativa possibilità di accesso al lavoro. Perché vengono citate sempre le eccezioni ma mai la sostanza numerica dei fatti: si parla dell'uno su mille che ce l'ha fatta partendo da zero, ma non dei cento, duecento, cinquecento che nonostante le buone doti sono andati persi per strada. E questo è un danno oggettivo, per niente irrazionale. O razionale solo nella scala di valori autoriferita che l'oligarchia economica impone a proprio vantaggio: una partita a dadi truccati
Più che una forma di classismo, è una forma di miopia economica. Una delle tante di una società che sotto le apparenze della modernità e della libertà si rivela invece essere il cadavere decomposto di un'idea medievale di uomo e di rapporti di potere e il cui limite pratico sta nel rappresentare un modello estremamente auto protettivo e auto riferito, impermeabile ai mutamenti esterni e tutto teso a dispiegare i propri mezzi con il solo intento di mantenere lo status quo.
Gli anni della crisi per qualcuno sono stati un affare: non bisogna dimenticarlo mai. Più che bruciarsi, i soldi si sono spostati, hanno cambiato concentrazione. E tanto più questa concentrazione è cambiata, tanto più i servizi dello Stato (quelli mantenuti con tasse altissime) sono peggiorati. La direzione? La soppressione del pubblico come concetto. La soppressione della scuola di alta qualità per tutti come diritto. La soppressione della sanità di alta qualità per tutti. E' un movimento ormai ad uno stato molto avanzato e che potrebbe essere ridimensionato solo da un gesto: dal rompere questa catena. Dal prendere coscienze della catena invece che ornarla di fiori.
Ma la tecnocrazia non ha morale, dunque non dispone nemmeno dei mezzi necessari per operare una valutazione in concreto delle questioni sul tavolo: ragionando sul cosa ma non sul come, sulla quantità invece che sulla qualità si finisce per escludere dal sistema di riferimento una sostanziale fetta di realtà, che prima o poi tornerà per forza a reclamare spazio. Uno spazio che dovrà prima o poi essere ripreso.

la difficoltà di combattere e il nuovo niente





Vorrei provare a ragionare su un fatto: la tendenza progressiva della società europea ad accentrare le risorse economiche nelle mani di pochi e ad istituire, di fatto, una società stratificata: gli ottimati garantiti che detengono il potere economico e una gerarchia di classi subalterne, che non hanno quasi diritto di parola, se non per mezzo di sfibrati e sempre più logori sistemi democratici di rappresentanza.

Su che cosa si fonda la società occidentale contemporanea? Bauman parlava di società liquida, quindi inindividuabile, in continuo mutamento, senza una forma. Un'altra tentazione potrebbe essere quella di considerare, nietschianamente, l'occidente come il luogo di un nichilismo compiuto, prodotto da anni di tecnicizzazione senza regole e alla fine autoprodotto dalla tecnica stessa: luogo dell'indifferenziato e del tutto uguale dove quindi qualsiasi istanza etica si invera nel suo esatto contrario. Con il risultato di fondarsi sul niente: perfetto nichilismo.
Ma la deduzione non è così semplice. Perché l'occidente non ha perso il gusto della narrazione: è questo l'elemento che fa la differenza. Esiste cioè una realtà oggettiva che è determinata dal dissolvimento dell'etica in favore di un metro di giudizio che – se per motivi di opportunità e apparenza politica non può essere direttamente il denaro – è la capacità performativa: fare cose che portino ad un guadagno. La tecnocrazia è una dimensione totalmente autoriferita, che non necessità di altri punti di paragone. I soldi si spiegano da sé potremmo dire.
Ed esiste poi la narrazione-Europa: né più né meno che un racconto dove si spiega come l'unione commerciale e finanziaria di tanti paese abbia portato solo a vantaggi, per il bene di tutti e nel nome di una solida democrazia. Il punto, come in tanti hanno scritto tante volte, sta nel fatto che questa fusione si sia svolta ignorando completamente l'identità culturale europea, considerando solamente la mera funzione di scambio di prodotti e circolazione di merci come paradigma principe della nazione europea. In un orizzonte umano e comunitario (l'Europa, bontà sua, si definisce comunità) può funzionare un contratto tra popoli operato da banche, molte delle quali off-shore?

Il nichilismo della tecnocrazia ha l'astuzia di raccontare se stesso come una grande opportunità: ma a conti fatti questa opportunità si è rivelata per pochi. Rimando alle statistiche di cui sopra: l'Europa presenta ampie e insospettabili sacche di povertà. La ragione? La ricchezza è distribuita male. In pochi hanno troppo, in tanti lavorano nella terra di nessuno della subalternità e per finire una fascia considerevole di persone appartenenti alla ricca Europa è sotto la soglia di povertà, che in un continente ricco rappresenta un livello di guadagno (si parla sempre e solo di soldi) sotto cui è relativamente facile finire.

In senso pratico questo divario produce un fatto molto concreto: la condanna di una grossa fascia di popolazione e rimanere in una forma larvata e politicamente corretta di schiavitù. Contratti deboli, precariato, disoccupazione: il costo sociale dello sbando economico di questi anni ricade sui figli delle famiglie con meno risorse economiche di partenza. Meno beni ereditati significa minore possibilità di accedere a scuole e università di prestigio, con la conseguente minore probabilità di trovare una buona collocazione nel mondo del lavoro (e alimentando il circolo perverso del precariato e della povertà vera e propria), ma anche minore accesso a qualsiasi forma culturale in senso lato: dai corsi di lingue alle attività sportive, dalle settimane bianche ai viaggi di istruzione, accumulando un discrimine a mano a mano sempre più incolmabile tra chi ha e chi non ha. Il discorso potrebbe essere esteso alle cure mediche, con tutta una serie di conseguenze facilmente intuibili. O in ambito legale, dove chi ha di meno potrà permettersi collegi difensivi di minore spessore rispetto a chi ha di più. E così via. E' una spirale a discendere. Una nuova forma di modello feudale o, se si vuole, di colonialismo interno.
L'obiezione per cui è giusto che le famiglie che hanno accumulato più sostanze nel tempo godano di condizioni di vita tanto migliori rispetto agli altri è abbastanza inconsistente e addirittura contraddittoria nel momento in cui si volesse usare come argomento il libero arbitrio: la libertà o è tale o non è libertà. Non esistono gradazioni di libertà. O pensiamo che una comunità matura debba essere in grado di dare le stesse occasioni di istruzione, cure mediche e aspettativa di vita al neonato di Scampia e a quello nato in via Solferino, a quello nato ad Atene e a Berlino, o il modello europeo ha fallito.
Nessun esproprio, nessuna azione contro la proprietà privata, niente comunismo. Stiamo parlando di redistribuire le ricchezze in modo più bilanciato. Perché se dati alla mano una stretta minoranza di persone ha accumulato una percentuale rilevante di risorse a discapito di una grossa maggioranza per di più in tempi di crisi significa che il modello democratico europeo è una chimera.
La narrazione, però, aiuta anche in questo: la narrazione parla spesso di diritti, bambini, infanzia, pari opportunità. Sono parole-maschera, parole come pervertimento programmatico della realtà.
Viviamo in una società che considera intollerabile dare uno schiaffo ad un bambino, ma alla domanda: è giusto che questo bambino nato in una famiglia povera abbia enormi possibilità in più di un bambino nato in una famiglia ricca di non migliorare la sua condizione socio-economica? Risponde: così è la vita.
E' il grande equivoco della società morale sostituita dalla società economica. La società performativa non può costitutivamente dare risposte di ordine morale: entra in crisi, non ha argomenti o se ce li ha sono stereotipi, nella migliore delle ipotesi contraddizioni come quella appena citata.
Il comunismo e il terzomondismo non hanno niente a che fare con tutto questo. Sono false piste. Primo perché il comunismo ha storicamente fallito, e in modo tremendo, e il problema della redistribuzione del reddito non è un fatto ideologico, ma una questione molto concreta sulla quale si giocherà il destino d'Europa in termini di difesa dell'identità e di successo/fallimento del processo di unificazione; secondo perché non stiamo parlando del terzo mondo, ma del nucleo del ricco occidente. 

Il limite della tecnocrazia sta nella scarsa flessibilità dei suoi modelli: sembra un paradosso visto che la flessibilità è uno dei mantra della tecnocrazia. La tecnica al potere predica flessibilità agli altri, ma in sé la tollera molto poco: non è capace cioè di includere modelli che non le appartengano.
Il risultato è, altro paradosso, un continente molto debole. Un continente fiacco, privo di energie e molto vecchio. Un continente senza sangue: perché continua a perpetuarsi nella stessa identica sequenza di concetti chiave: terzomondismo, politicamente corretto, difesa a oltranza del profitto immotivato, assenza totale di un vero orizzonte etico (i soldi come equivalente generale dell'etica non soddisfano quei bisogno latenti che non possono essere comprati).
Questa confusione trova un surrogato nel combattimento in slogan, training aziendali, corsi automotivazionali, mentre è il fronte interno che cede, sia per esempio nell'incapacità di gestire in modo razionale la questione immigrazione, sia nel lasciare che i membri della comunità che costituiscono l'Europa non abbiano i mezzi necessari per formarsi e accedere ai migliori strumenti formativi e intellettuali.
L'espressività guerresca e un po' cialtrona che è entrata nel linguaggio comune segnala come la questione del combattere – che è un concetto chiave della storia europea – sia diventata materia da training aziendale e slogan sui post dei social network. E allora tutto diventa “lotta”, “battaglia”, “competizione”, “guerra”, “nemico”, “vittoria”, “ottimismo”, “non mollare mai”.

Peccato che questa narrazione – filosoficamente inesistente e moralmente equivoca – generi vittime proprio tra coloro che più la sostengono: quella che una volta era la classe medio bassa. Piccola borghesia, lavoro salariato, piccoli commercianti. Che per limiti culturali, conformismo e consumismo eletti a metro della vita pubblica (un modello inconscio introiettato con tanta forza da essere diventato ormai un archetipo inamovibile) gioca la sua vita sul filo di un lessico violento e individualistico, erodendo le fondamenta di quella coesione che per un breve lasso di tempo è stata (fu) la sua forza.
I rapporti di forza di una società della larvata ma largamente accettata diseguaglianza determinano un ritorno ad una fase aristocratica e arcaica della società europea: un modello feudale, basato essenzialmente sul privilegio e sul mantenimento del privilegio da parte di tale gruppo di potere. Un potere spesso ereditato e corporativo, che passa di padre in figlio intatto o ampliato, dove il confine tra risorsa pubblica e privata sfuma nell'intreccio perverso tra interesse appunto pubblico e privato. In poche parole: se con i miei soldi posso esercitare una forma più o meno lecita di pressione su soggetti pubblici o privati per generare altri soldi dove finiscono i miei soldi e dove cominciano quelli della comunità che paga le tasse?

Scrive Herbert Marcuse nel dimenticato Eros e Civiltà: Il dominio è ben diverso dall'esercizio razionale dell'autorità. Quest'ultimo, che è inerente a ogni divisione del lavoro in ogni società, proviene dalla consapevolezza ed è limitato all'amministrazione di funzioni e di ordinamenti necessari al progresso dell'insieme. Invece il dominio viene esercitato da un gruppo particolare o da un individuo particolare allo scopo di mantenersi e rafforzarsi in una posizione privilegiata.

La struttura sociale di oggi ha in qualche modo digerito questo assunto, dandolo ormai per scontato. La partita si gioca su un tavolo diverso e in ambiti molto più sottili. Liquefatti i diritti e posto un confuso senso di individualità al primo posto (del tutto irrilevante, visto che il singolo non può fare niente su un piano collettivo) ne consegue un passaggio, cruciale: la lotta tra poveri.
La rimanente e marginale parte delle risorse economiche va suddivisa tra un numero crescente di persone: gli scarti per gli scarti. Messa in questi termini la situazione suona cruda ed è per questo che la narrazione politica interviene ancora una volta, donando una terminologia appropriata anche a questo: iper-responsabilizzazione individuale e lessico da guerra da autobus. Piccoli guerrieri uno contro l'altro, in una lotta darwiniana per la sopravvivenza, a colpi di rinuncia (di diritti, di soldi, di accesso alla cultura, di possibilità sociali in genere).
Siamo capaci di indignarci per i diritti degli amici animali, ma non per il fatto che nascere in un posto o l'altro dell'Unione Europea (spesso differenze di poche centinaia di metri, di quartieri) determini un gap di possibilità economiche insostenibile e tendenzialmente sempre maggiore, esteso, come si è già detto, a tutto: istruzione, salute e lavoro.

Libero arbitrio? Il tema è abnorme. Certo che, come già rilevava Foucault, è difficile parlare di libertà nel momento in cui il Potere (oggi quasi esclusivamente economico) agisce in ogni ambito della società, attraverso molteplici forme di micropotere e altrettanti accorgimenti di inquadramento operati tramite mass media e scolarizzazione di base. Se una volta l'aristocrazia era fondata anche su valori – ovviamente relativi all'epoca – come virtù militare, conoscenza, prestigio personale, oggi tutto questo è stato surrogato nell'infinito equivalente generale del denaro, che assolve a funzione di prezzo e valore in un colpo solo, emendando l'intelletto dallo sforzo della differenziazione.
Dove la libertà allora? Se ne parla in continuazione, ma in fondo in modo sterile. Se, come diceva Baudrillard, Dio non esiste e quindi è dappertutto, allo stesso modo potremmo azzardarci a dire che la libertà è costantemente negata e quindi esaltata in modalità permanente. Sei libero di fare tutto, ma non hai i mezzi materiali per fare niente: la libertà è il fantasma di una scelta. Uno dei tanti valori fantasma proposti da una società che non solo non crede più – letteralmente – a niente se non al denaro come valore in sé e alla performance come suo profeta, ma che non ha più nemmeno i mezzi intellettuali per pensarsi in modo critico. Perché ogni critica parte da un presupposto etico, cioè da un'analisi dei dati materiali sullo sfondo di una conoscenza che tenga conto anche della qualità delle scelte e non solo della quantità.

Il brivido del niente sta anche nello smarrimento di uno scenario di senso. Se tutto è intercambiabile e in fondo non esistono differenze degne di essere apprezzate se non in termini economici, ne consegue che anche i rapporti umani soggiacciono alle regole di mercato. Spesso è stato così nella Storia, ma non è sempre e solo stato così. Il punto è che oggi questo nichilismo dell'ottimismo è diventato il fondamento stesso dell'Occidente. Nel tentativo di fissare le dinamiche dei rapporti in un algoritmo dei consumi, si è di fatto istituita una nuova ideologia, che non ha niente da invidiare alle religioni: è un Moloch indiscusso e venerato, perché posto al di fuori di razionalità e critica: è la tecnocrazia.
E uno dei deliri di questa religione sta proprio nel voler fare ammettere come razionale e logico il fatto che una percentuale numericamente irrilevante di popolazione determini, attraverso un potere economico, chiuso e sostanzialmente ereditario, le scelte e la libertà di tutti gli altri.


parole per niente


Mi è stato ripetuto molte volte, nel corso del 2016 e anche prima, un semplice concetto. E' una frase ripetuta molto spesso dalla gente e in qualche modo amata dall'uomo della strada. "La tua generazione deve fare la rivoluzione, voi non fate niente e quelli si approfittano". Detta così suona quasi romantica: un invito alla ribellione, un invito al coraggio. Parole vuote, che non significano niente. Prima di tutto "loro" chi? Chi sono questi loro? I vecchi a cui paghiamo la pensione? I nostri genitori? Lo Stato? Le Istituzioni? L'Europa? Chi? 

Punto secondo: cosa significa fare la rivoluzione? Lotta armata? Sedizione? Ci si inquadra, ci si organizza in forme paramilitari e parastatali, cosa? Questo paese ha già conosciuto tentativi più o meno manovrati e di lotta armata, e con quali risultati? Questo paese ha conosciuto intere stagioni di lotta politica estrema e dilaniante, dove è stato versato sangue vero, non simbolico. E con quali risultati? Cosa si intende esattamente per rivoluzione? Ne esiste una civile, contemplata dalle leggi? 
Naturalmente no. Ma l'uomo della strada che incita alla lotta queste cose non le sa. Di solito non ha mai dovuto compilare un cv e non ha mai letto un libro in vita sua. Parla tanto per parlare, senza tenere conto delle conseguenze pratiche di queste frasi da autobus.

Parlo per me, ma penso che la mia esperienza personale possa essere estesa anche ad altri: siamo una generazione educata ad obbedire. Alla famiglia, alle Istituzioni (Scuola, Stato...), addirittura alla Chiesa, alla Religione. Il messaggio era chiaro: ubbidisci e andrà tutto bene. Passa tante e tante ore a scuola. Rispetta lo Stato, rispetta il Professore. Il problema è che non è andato bene niente. E passati i trent'anni ci ritroviamo con i cocci in mano e un simulacro di democrazia che non lascia presagire niente di buono: ancora sacrifici, ancora tagli, condizioni di lavoro sempre più disperate, scarsa rete sociale. In altre parole è possibile, ovviamente, una salvezza individuale, ma è da escludere qualsiasi salvezza collettiva, come accadeva una volta: con contratti di categoria, protezione sindacale, stato sociale, redistribuzione della ricchezza e mille altre tutele che oggi non esistono più. 

Addirittura è resa complicata anche la possibilità di generare ricchezza, visto l'ammasso di tasse, leggi, impedimenti burocratici che strozzano sul nascere l'iniziativa di chi dal niente decide di creare qualcosa. 

E in pagamento ci sono le offese della politica, che ha oltraggiato in mille modi milioni di italiani con la tipica arroganza del Potere autoriferito. 

Quale rivoluzione allora? E fatta come? L'abitudine all'obbedienza ha dato luogo a pesanti equivoci, questo è certo. Ma ancora non posso fare a meno di interrogarmi sui limiti morali del rispettare la morale: cosa è giusto fare? E sono chiaramente domande che un rivoluzionario non dovrebbe mai porsi. 

Ma nondimeno, posto che sia questa la ricetta risolutiva, che cosa significa "rivoluzione"? Temo che non lo sappia nessuno o che ognuno ne abbia un'idea diversa. Con intenti diversi, progetti diversi, quasi sempre incentrati sull'interesse personale. Altra conseguenza della società liquida e della riduzione di ogni istanza etica all'equivalente generale del guadagno economico individuale.

per una nuova definizione di intellettuale


E' un grande peccato che la figura dell'intellettuale sia stata inglobata in quella - penosa - del privilegiato da salotto che spara sentenze dai cuscini di cashmere, lontano dalla realtà delle cose e stipendiato da non si sa chi. E' una delle tante colpe attribuibili a una brutta versione della sinistra dei privilegi (quel liberal insulso che ha offerto su un piatto d'argento vittoria e consensi ai Trump di tutto il mondo, fregandosene di lavoratori e giovani) e un grosso danno alla coscienza collettiva, bisognosa come non mai, oggi, di essere nutrita e aiutata dal filtro culturale di un pensiero, in mezzo al marasma di proposte e sparate che puntano agli intestini della società piuttosto che alla sua parte critica. 
La rapida evoluzione del contesto socio economico sta determinando anche la necessità di ripensare in modo incisivo la figura dell'intellettuale nella società occidentale. Sempre più ai margini del discorso, rinchiuso in una dimensione a metà strada tra l'anacronistico e il ridicolo, l'intellettuale ha finito per essere assimilato al predicatore da salotto, al giornalista tuttologo, al cattedratico di professione: insomma, al miracolato. La mutazione che stiamo vivendo in questi anni (in queste ore) sta mettendo sul piatto qualcosa di diverso, la possibilità cioè di ridefinire il ruolo dell'uomo di cultura secondo nuovi parametri. Primo fra tutti: l'intellettuale che voglia presentarsi in modo credibile deve lavorare. E per lavoro non intendo la redazione di un giornale di lusso o l'assenteismo retribuito da cattedra, a zero pubblicazioni ma a molte chiacchiere. Intendo un lavoro: uno stipendio, una professionalità vera, un qualche livello di produttività che non si risolva nella formula ridicola del "creare". Siamo un po' fuori tempo massimo per questo. Elzeviri, critiche, recensioni, rubriche, film, lectures, seminari, congressi, tutto quello che si vuole: però poi a lavorare. Mantenersi senza la sovvenzione pubblica e senza il patronato di un qualche ricco signore che finanzia il tempo libero di troppi pennivendoli dediti alla piaggeria come ad una droga pesante. I risultati di questo scollamento dalla realtà sono sotto gli occhi di tutti: assoluta incapacità di interpretazione dei fenomeni e molta arroganza. Servissero a qualcosa questi intellettuali del niente: non un libro serio, non un riferimento colto. Chiacchierano, si indignano, firmano petizioni che non servono a niente, scrivono libri che fanno schifo. E poi un infinito conformismo à la page, sempre molto alla moda in fatto di temi caldi e opinioni di tendenza ma di una povertà sconfinata quando si tratta di prendere posizioni originali e critiche. Una codardia programmatica che è lo specchio di questa classe intellettuale ormai a brandelli, che vive solo dei premi che ancora riesce a darsi addosso. Mi ricordo del libro di un famosissimo giornalista, stipendiato da un grosso quotidiano, il quale, nella quarta di copertina, si vantava "di non aver fatto altro per guadagnarsi da vivere che scrivere". Molto male. Ecco, io spero sul serio che quei tempi siano finiti. E che questi personaggi debbano prima o poi confrontarsi con contratti capestro, disoccupazione, conti da far quadrare, bollette, pasti raffazzonati e rinunce. Magari lorsignori riuscirebbero in questo modo ad azzeccare qualche previsione in più. Forse non imparerebbero a scrivere, filmare, pensare meglio, ma di certo perderebbero quel sorrisetto di sufficienza con cui hanno deriso e stanno deridendo l'inizio di un cambiamento che potrebbe (uso ancora il condizionale perché non si sa mai) costringerli per la prima volta a compilare un curriculum e a mettersi in fila come tutti gli altri.

la parte emozionale


Una frase captata in un ufficio come tanti: "Bisogna imparare a gestire la parte emozionale delle persone." Tralasciando per un attimo la brutta traduzione dell'inglese emotional, lo schematismo verbale di queste poche parole ha qualcosa di sorprendente: è un chiaro segno dei tempi e la resa verbale di un'introiezione di valore. Un valore inteso come prezzo. Gestire le persone per accumulare soldi. Gestire la parte emotiva dell'uomo nei termini di un valore d'uso. Una forma di manipolazione che è molto meno frutto di una strategia aziendale di quanto si potrebbe pensare. Non è un prodotto originale: è l'assunzione di un modello. Quei due dirigenti non stavano tramando un piano subdolo a danno di qualcun altro: stavano solo applicando un modello nel modo più neutro possibile. Una formula appresa in qualche tutorial. Una applicazione ingenua, ma non innocente.
Diceva Jean Baudrillard in un saggio epocale intitolato Lo scambio simbolico e la morte che "Le finalità sono scomparse, sono i modelli che ci generano." Modelli, cioè standard riproducibili. Standard che non generano senso perché essi stessi si pongono nell'ottica autoriferita di un senso che pretende di generarsi da solo. Scuola, istituzioni, politica, lavoro. La possibilità di un significato, in questi e molti altri ambiti, scivola sullo sfondo, come il residuo sgradito di una formazione così detta umanistica (una parola inutile che serve solo come etichetta). Il banale perché delle cose declassato a informazione secondaria, non necessaria. Nell'ottica della performance il significato non ha cittadinanza: regole, burocrazia, modelli di comportamento. Manca uno scopo. Questa assenza è coltivata e non casuale: nasce da un progetto che è insieme sintomo e causa del declino occidentale, un progetto che ha escluso la funzione critica del pensiero - la facoltà di analisi di un fatto - sostituendola con una versione distorta e utilitaristica di razionalità, dove di razionale non c'è nulla, se non che questo comodo riferimento consente di ridurre la logica ad un calcolo quantitativo di vantaggi e svantaggi, spese e ricavi. La presunta efficienza di questi modelli si presenta sotto le spoglie di un'esecuzione tecnica efficace: ma in nome di che cosa? In paragone a cosa? La domanda è inevasa per la semplice ragione che non esistono riferimenti perché non esiste un discorso critico che si sia sviluppato in parallelo all'uso estensivo della tecnica come modello etico/politico della società contemporanea. Sono stati scritti molti libri su questo argomento, da Heidegger a Severino. Ma il problema forse sta trovando la sua compiutezza solo ora, nell'ambito del dissolvimento della funzione critica nel cuore dell'Occidente. Quella morbo della ricerca della causa prima che serpeggia da sempre nella riflessione europea, trova oggi un punto d'arresto mai così definitivo. Scriveva Cartesio nelle Meditazioni metafisiche: "Che cosa dunque sono io? Una cosa che pensa. E che cos'è una cosa che pensa? E' una cosa che dubita, che concepisce, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che che immagina anche, e che sente". Come dire, tutto ciò che oggi come oggi rappresenta un disvalore all'interno della società tecnocratica e che viene relegato - e forse anche demandato - alla cattiva letteratura e ai film mediocri, dove l'abbondanza di sentimento ingenuo e melenso in qualche modo riassorbe e banalizza al massimo grado tutte quelle istanze morali e psicologiche un tempo indispensabili per la ricerca del sapere (pensiamo per esempio all'ignobile fine del termine romantico). La performance e il relativo accumulo di denaro come modello di base dei valori occidentali - modello sganciato da qualsiasi orizzonte di senso - si presenta allora come una forma contemporanea di nichilismo: l'ottimismo del niente. Quel tipo di ottimismo che nega per principio qualsiasi riflessione sul reale imponendo un modello a senso unico: quello della felicità individuale a portata di mano. Perché la verità non è più una scoperta, ma una cosa che si può creare, se non nel concreto in quell'equivalente generale del concreto che è il digitale. E la cui dimensione si misura in realtà con il solito, vecchio equivalente generale marxiano del denaro. Per questo la "gestione della parte emozionale" è un'affermazione che rappresenta il contemporaneo: perché ne propone i valori nei termini di una manipolazione. Caratteriale, comportamentale, sociale. La correttezza di questo modo di fare non è data da un'etica ma dalla possibilità che questa azione abbia delle ricadute economiche. E' la tecnica che si determina come riferimento di se stessa: come verità autoprodotta.

due chiacchiere su Guerra e Pace



Affrontato per la prima volta a trent'anni Guerra e Pace. Pensavo di dover scalare una montagna e invece mi sono trovato in una sconfinata pianura con un buon gruppo di amici: principi, conti, contesse, militari, gente del popolo, russi, francesi, tedeschi, austriaci e anche qualche italiano. La storia più o meno è nota: periodi di pace e di guerra tra uno scontro con Napoleone e l'altro, descrizioni minuziose di battaglie e strategie, chiacchiere fumose nei ricchi palazzi moscoviti e in generale il tempo che passa, qualcuno muore, qualcuno cambia, qualcuno resta tenacemente se stesso. Ho affrontato questa lettura con tutta la semplicità di cui dispongo, senza pretendere di andare oltre il significato delle parole e senza mettere dei filtri tra me e il testo. Come sempre più spesso faccio ho anche lasciato perdere l'introduzione in un primo momento, proprio per presentarmi di fronte alla lettura nel modo più spoglio e immacolato possibile. Non sentivo il bisogno di adattare Tolstoj a dei preconcetti o ancora peggio a delle teorie letterarie; ho preferito vivere il contenuto pagina per pagina fino a scoprire che Guerra e Pace è proprio questo: il gusto del racconto senza doppi fini. Un romanzo mostro che quasi nessuno ha letto in epoca recente, ma che nel passato ha accompagnato generazioni di lettori che concepivano la letteratura ancora come una finestra sul mondo, un modo per passare il tempo, ma ancora di più per riflettere sul tempo, sul grande mistero codificato poi da Proust di cui Tolstoj è un precursore meno cerebrale e più sanguigno. 
 

Altro uovo di Colombo: per addentrarsi in Guerra e Pace non c'è bisogno di nessun armamentario filologico, perché questo libro è un feuilleton, un fogliettone a puntate uscito in rivista e dato in pasto ad un pubblico borghese in grado sì di leggere, ma di certo poco avvezzo ai ghirigori tecnici che una certa cattiva critica novecentesca avrebbe usato per etichettare tutto e tutti. Tolstoj è aperto, anche quando denuncia le storture e gli opportunismi della storiografia classica: è un maestro nel demitizzare le incrostazioni verbali che l'occidente chiama Storia. La sua è una rivisitazione puntigliosa e scomoda, che si fa largo tra una porzione e l'altra di narrativa pura: Tolstoj è narratore, ma anche filosofo, storiografo, educatore, maieuta della coscienza. Appartiene ad una generazione in cui il romanzo rappresentava ancora una possibile summa della conoscenza: il luogo dove l'intelletto volgarmente detto umanistico ma anche scientifico potesse trovare la sua sintesi plastica e, perché no, divulgativa. C'era un pubblico di lettori da informare in qualche modo. Il romanzo aveva cioè una funzione diversa rispetto ad oggi: un'istanza civile e appunto divulgativa che oggi fatichiamo a comprendere. Quelle che oggi in Tolstoj chiamiamo, con un orrendo termine ginnasiale, digressioni, erano in realtà lo spazio entro cui l'autore inquadrava gli avvenimenti narrati in un'ottica storica e filosofica, cioè il momento della sintesi offerta al lettore.
Possiamo poi discutere sulle influenze culturali di Tolstoj, e su certi aspetti della sua filosofia che oggi possono apparire ingenui, o risultato di un accanito bricolage filosofico tanto tenace quanto un po' naif in certi passaggi, ma tutto questo recupera una misura comprensibile se ci rifacciamo al contesto in cui questa comunicazione è avvenuta: il feuilleton.
Non so quale senso possa avere oggi rileggere Tolstoj. Se accettiamo per un attimo il vincolo utilitaristico a cui è legata la letteratura di consumo o lo scempio scolastico universitario che si compie a danno della letteratura, allora no. Non ha senso leggere Tolstoj. In un mondo in salsa talent, Guerra e Pace non ha cittadinanza. Perché è terribilmente lungo, di genere inclassificabile, con scene torrenziali inutili ai fini della narrazione. E poi le riflessioni dell'autore, buttate lì ogni tot pagine a rallentare un ritmo già parecchio rilassato. Se ci liberiamo di queste scorie allora possiamo provare a considerare questo libro come un amico: un po' démodé e teneramente dissennato ma capace di fascini radicati e nascosti, gesti di dinamica e ampia generosità che ci lasceranno stupefatti. E' un libro che tiene compagnia. Un dialogo attraverso i secoli e mi permetto di dire tra gentiluomini. Una scampagnata a cavallo, sciabola in pugno, a ritrovare le origini del contemporaneo e allo stesso tempo gli ultimi fuochi di una civiltà ormai scomparsa.